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Sicilia in Bolle, dodici anni di visione. La cena di gala celebra il dialogo tra vino, territorio e alta cucina

Nata da una provocazione e diventata il più importante appuntamento dedicato alla spumantistica siciliana, Sicilia in Bolle conferma la propria vocazione a raccontare l’isola attraverso il vino e la gastronomia

All’origine c’è una provocazione, un sommelier del Nord sosteneva che da Roma in giù fosse impossibile produrre bollicine di qualità. Francesco Baldacchino, allora delegato AIS Agrigento-Caltanissetta e oggi presidente di AIS Sicilia, raccolse la sfida e la trasformò in un progetto. L’idea prese forma nelle conversazioni con il compianto Alberto Gino Grillo, sommelier al quale la manifestazione dedica da anni un premio e un contest, e grazie al lavoro del gruppo operativo della delegazione, che scelse la Scala dei Turchi come scenario simbolico di un’iniziativa allora insolita e persino fuori target per la Sicilia.

Oggi Sicilia in Bolle non è più soltanto una rassegna dedicata agli spumanti, ma un luogo di confronto nel quale il vino incontra il paesaggio, la cucina, l’agricoltura, l’artigianato e le grandi identità agroalimentari italiane. La crescita della manifestazione coincide con la maturazione di uno dei comparti più dinamici della viticoltura regionale: un mondo produttivo che ha imparato a misurarsi con i metodi di spumantizzazione senza rinunciare ai vitigni autoctoni, ai caratteri climatici dell’isola e a una precisa riconoscibilità territoriale.

Per la XII edizione, il confronto si è concentrato sull’Emilia-Romagna, regione che più di altre ha costruito la propria immagine internazionale attorno alla forza dei prodotti identitari. Una scelta che ha consentito di mettere in relazione due territori lontani per geografia, clima e tradizioni, ma accomunati dalla centralità della tavola e dalla capacità di trasformare le produzioni locali in patrimonio culturale.

Ph. Marco Gallo

L’Emilia-Romagna è stata la grande protagonista dell’edizione 2026. Terra di prodotti iconici e di una cultura gastronomica riconosciuta nel mondo, ha portato a Sicilia in Bolle alcuni dei suoi interpreti più autorevoli: il Consorzio Tutela Lambrusco, il Parmigiano Reggiano, l’Aceto Balsamico di Modena IGP, la Piadina Romagnola IGP, la Mortadella Bologna IGP e i Salumi DOP Piacentini. Un confronto che ha trovato nella cena di gala la sua espressione più compiuta, mettendo in relazione due territori profondamente diversi ma accomunati dalla centralità della tavola e dal valore delle produzioni identitarie.

La Cena di Gala come manifesto gastronomico

È in questo quadro che la Cena di Gala sotto le stelle “Radici, Colori e Tradizioni di Sicilia” ha assunto un significato più ampio di quello di una cena d’autore. Il percorso firmato dagli chef Salvatore Gambuzza e Alen Mangione ha tradotto in piatti il tema della manifestazione: partire dalla memoria, attraversare il territorio e arrivare a una cucina contemporanea capace di conservare la riconoscibilità degli ingredienti.

Accanto agli chef, il maestro panificatore Francesco Arena ha costruito un racconto parallelo attraverso focacce, pani, grissini e piccoli lievitati realizzati con grani siciliani. I dessert sono stati affidati alla Pasticceria Agorà, mentre la selezione dei vini, pensata come un viaggio tra diverse regioni italiane, è stata definita in collaborazione con Luca Manfredi, presidente di AIS Emilia.

Ad aprire la cena è stato il buffet di benvenuto dedicato all’Emilia-Romagna, regione ospite della XII edizione di Sicilia in Bolle. Il Parmigiano Reggiano, la Mortadella Bologna IGP e l’Aceto Balsamico di Modena IGP hanno rappresentato tre diverse espressioni di una cultura gastronomica che ha costruito la propria autorevolezza sulla valorizzazione della materia prima e sul rispetto della tradizione. Tre prodotti iconici che custodiscono storie produttive secolari e continuano ancora oggi a rappresentare l’eccellenza agroalimentare italiana.

A dialogare con le eccellenze emiliano-romagnole, i lievitati di Francesco Arena, maestro panificatore messinese e tra i principali interpreti della panificazione contemporanea italiana, che ha costruito un percorso dedicato ai grani antichi siciliani. La focaccia preparata con Maiorca, uno dei più nobili grani teneri dell’isola, ha accompagnato gli assaggi con la sua straordinaria leggerezza, esaltando tanto la sapidità del Parmigiano quanto la morbidezza della Mortadella Bologna IGP. Più strutturato il pane ai grani Tumminia e Russello, capace di esprimere un carattere più intenso e persistente, mentre il paninetto al farro siciliano e segale ha aggiunto una piacevole nota rustica al percorso gustativo. A completare il paniere, i fragranti grissini ai grani antichi siciliani, che con la loro croccantezza hanno accompagnato l’intero buffet.

A suggellare l’incontro tra le due regioni è stato il Lambrusco del Consorzio Tutela Lambrusco DOC, vino simbolo della convivialità emiliana, che con la sua piacevole freschezza, la vivacità del sorso e i delicati profumi di piccoli frutti rossi ha saputo valorizzare la sapidità del Parmigiano, la morbidezza della Mortadella e la fragranza dei lievitati firmati da Arena, inaugurando con eleganza il percorso gastronomico della serata.

La parmigiana come memoria

La cena al tavolo si è aperta con “La mia visione di parmigiana”, un piatto che ha chiarito fin dall’inizio la direzione scelta dagli chef Salvatore Gambuzza e Alen Mangione. Una rilettura contemporanea di uno dei simboli della cucina siciliana, capace di alleggerirne la struttura senza rinunciare alla sua riconoscibilità. La melanzana perlina affumicata ha conservato tutta la propria identità vegetale, arricchita da delicate note affumicate che ne hanno esaltato la profondità aromatica. Il datterino confit ha regalato dolcezza e una piacevole vena acidula, mentre la salsa al Parmigiano ha aggiunto morbidezza e sapidità, creando un ideale richiamo alla regione ospite. A chiudere il piatto, la freschezza del basilico ne ha restituito tutta la mediterraneità. Al palato, la dolcezza della melanzana e del pomodoro ha lasciato spazio alla cremosità della salsa al Parmigiano, prima di essere accompagnata dalle note erbacee del basilico in un finale elegante e armonioso.

Ad accompagnarla è stato il Pecorino San Lorenzo, ottenuto da uve Pecorino in Abruzzo. Il vino ha portato nel calice freschezza, sapidità e una trama aromatica di agrumi, pesca bianca, erbe mediterranee e fiori di campo. La sua tensione acida ha bilanciato la morbidezza della salsa al Parmigiano e della melanzana, mentre la componente sapida ha sostenuto il datterino confit senza amplificarne eccessivamente la dolcezza.

Il mare, la valle e il Fiano irpino

Con “Nella Valle” il percorso gastronomico ha cambiato registro, spostando l’attenzione verso il mare e i suoi sapori più autentici. Il croccante di molluschi ha portato nel piatto una piacevole sapidità marina, bilanciata dalla componente vegetale del muschio di erbette e dall’elegante freschezza dell’acqua di prezzemolo. La sabbia di lenticchie ha aggiunto consistenza e delicate note tostate, regalando al boccone una piacevole profondità gustativa. Un piatto giocato sull’equilibrio tra elementi diversi ma perfettamente armonici, nel quale mare e terra si sono incontrati con misura, lasciando emergere la purezza delle materie prime e la pulizia dei sapori.

Nel calice, Pietracalda, Fiano di Avellino di Feudi di San Gregorio, ha accompagnato il piatto con un profilo più ampio. Le note floreali e di frutta gialla erano sostenute da richiami di nocciola, erbe e pietra focaia. La struttura del Fiano riusciva a reggere la concentrazione dei molluschi, mentre la mineralità dialogava con la componente marina e la freschezza manteneva il sorso dinamico.

La caponata diventa risotto

Il cuore gastronomico della cena è stato “Come i sentori di una caponata”, un risotto che non ha riprodotto la ricetta tradizionale, ma ne ha restituito l’essenza attraverso un sapiente equilibrio di sapori e consistenze. I pomodorini di Vittoria e Pachino hanno regalato sfumature diverse di dolcezza e acidità, mentre la melanzana passita ha concentrato tutta l’intensità del gusto vegetale. Le carote arrosto hanno aggiunto una delicata nota dolce, bilanciata dalla sapidità dei capperi e dalla freschezza aromatica del basilico. A completare il piatto, il limone femminello ha donato una piacevole vena agrumata, capace di alleggerire la mantecatura e regalare slancio al finale.

Ad accompagnarlo è stato il Lison Classico Tai “A mi manera”, dal Veneto, un vino morbido ed elegante, caratterizzato da profumi di frutta bianca, fiori di campo e delicate note di mandorla fresca. La sua equilibrata rotondità ha sostenuto la cremosità del risotto, valorizzandone la complessità gustativa senza mai sovrastarne l’armonia.

Ricciola, zafferano e un rosso mediterraneo

Con “Pesce d’Amo”, Gambuzza e Mangione sono tornati al Mediterraneo attraverso una preparazione dalla struttura più decisa. Protagonista del piatto è stata la ricciola, accompagnata dal soffice di patata alle erbette, dalla cucuzzedda fritta e da una delicata salsa allo zafferano e jalapeño. La morbidezza della patata ha esaltato la delicatezza del pesce, mentre la cucuzzedda fritta ha aggiunto una piacevole nota croccante. Lo zafferano ha conferito eleganza aromatica alla preparazione e il jalapeño ha regalato una lieve e misurata nota piccante, capace di vivacizzare il piatto senza alterarne l’equilibrio.

L’abbinamento con Zinzula, Negroamaro di Masseria Altemura, ha rappresentato una delle scelte più interessanti della serata. I profumi di amarena, prugna ed erbe mediterranee, accompagnati da tannini morbidi e da una piacevole freschezza, hanno sostenuto la struttura del piatto, dimostrando ancora una volta la straordinaria versatilità gastronomica di questo vitigno del Sud Italia.

Il passaggio alpino del Vuillermin

Nel percorso enologico ha trovato spazio anche il Vuillermin dell’Istituto Agricolo Regionale della Valle d’Aosta, ottenuto dall’omonimo vitigno autoctono. La sua presenza ha idealmente ampliato il racconto della serata oltre i confini della Sicilia e dell’Emilia-Romagna, offrendo un’interessante espressione della viticoltura alpina italiana. Elegante e verticale, con delicati richiami ai piccoli frutti rossi, alle erbe officinali e una spiccata freschezza minerale, il Vuillermin ha accompagnato il passaggio verso il dessert, confermando la volontà della manifestazione di raccontare la straordinaria ricchezza dei territori vitivinicoli italiani.

Il finale tropicale della Pasticceria Agorà

La chiusura del percorso gastronomico è stata affidata alla Pasticceria Agorà con “Eden Tropicale”, un dessert costruito sull’equilibrio tra dolcezza e freschezza. Il biscuit ha accolto la morbidezza della mousse al mango e la vivace acidità della gelée al passion fruit, mentre la frutta fresca e i fiori edibili hanno completato una preparazione capace di evocare colori e profumi estivi senza rinunciare all’eleganza.

A suggellare il finale è stato Petali, Moscato di Fazio Wines, un ritorno in Sicilia che ha idealmente chiuso anche il viaggio enologico della serata. Le intense note di zagara, pesca e agrumi canditi hanno accompagnato con armonia il dessert, regalando un sorso fresco e avvolgente che ha lasciato al palato una piacevole e persistente sensazione di equilibrio.

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