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Roberto Cipresso e l’arte di raccontare territori attraverso il vino

Con "Giro del mondo in 6 vini" abbiamo attraversato sei latitudini, ciascuna un capitolo di una storia più grande sull’uomo, sul paesaggio, sulla vigna come specchio di civiltà.

Latitudini, emozioni ed il senso del vino, se volessimo sintetizzare l’incontro con Roberto Cipresso, capace di fare il vino, ma anche di raccontarlo con la stessa cura: quella di chi sa che in ogni bottiglia non c’è solo fermentazione di un nobile frutto, ma storia, territori, umanità.

Enologo tra i più rispettati della sua generazione — nel 2006 eletto miglior enologo italiano — Cipresso è anche scrittore e autore di podcast, voce capace di trasformare la tecnica in narrazione e la vigna in letteratura. Nei suoi libri emerge con forza il filo conduttore di tutta la sua ricerca: la terra, e le persone che la custodiscono.

È partendo da questa visione che ha preso forma “Giro del mondo in 6 vini”, l’evento ideato da Cipresso in collaborazione con Camillo Privitera ed Enonews, che ha toccato la Sicilia in una doppia tappa — a Marsala, presso il Donna Franca Wine Resort, e a Trecastagni sul versante est dell’Etna, da Tenute Nicosia. Non una semplice degustazione, ma un viaggio per continenti e culture, un racconto dove il calice si fa anche strumento di comprensione del mondo.

L’introduzione di Camillo Privitera, consigliere nazionale AIS, ha offerto al pubblico di esperti ed appassionati una chiave di lettura precisa. Non si è trattato di una classica masterclass, quanto di essere partecipi dell’esperienza che in ogni vino può diventare pretesto per parlare di geografie più o meno lontane, di civiltà viticole antiche, di avventure umane legate alla terra.

Il percorso costruito da Cipresso abbraccia continenti con una logica narrativa precisa, dove ogni bottiglia porta con sé un racconto irripetibile, sei calici e sei latitudini, dove il fil rouge è l’emozione. Da Maiorca arriva il suo Prensal blanc, vitigno bianco autoctono delle Baleari, anticamente chiamato Moll, testimone di una tradizione vinicola insulare troppo spesso ignorata dai grandi circuiti.

Degustiamo il Prensal Blanc 2024 di Cipresso, che al naso ci ricorda la Biancolella ischitana, sprigionando una sinfonia agrumata e di frutta bianca. Magnifica la sua impronta minerale che caratterizza il sorso quanto un’infinita freschezza che ti accompagna a lungo, verso un finale sorprendente segnato da uno stuzzicante cenno salmastro.

Dalla California, il pinot noir che ha riscritto la percezione dei vini del Nuovo Mondo nei palati più esigenti. Qui in Central Coast, l’oceano Pacifico, freddo, drammatico, impone un delta termico violentissimo tra giorno e notte. Cipresso descrive la scelta della vinificazione — follatura a mano, affinamento su legno francese usato per non più di diciotto mesi, il rispetto ossessivo per il frutto — come il tentativo di non rovinare ciò che la natura ha già fatto straordinariamente bene. Il vino è un assemblaggio di tre vigne diverse. Un Pinot Noir 2021 dalla beva piacevolissima, balsami mediterranei giocano su una struttura tesa, dove il frutto non è esibito, su un finale lungo e asciutto.

La Borgogna entra in scena con un Pommard, espressione dell’iconico pinot noir dalla frazione di paese della Côte de Beaune, situata tra Beaune e Volnay in Côte d’Orche occupa il fondo e il centro della collina, su dolci pendii generalmente. E’ qui che la nozione stessa di terroir è stata elaborata e codificata nei secoli.

La terra più antica d’Europa porta con sé una paradossale giovinezza chimica: elementi disponibili in quantità superiore alla media, magnetismo del suolo che entra nel metabolismo della vite con un’intensità rara. Il Pommard Premier Cru Les Arvelets 2023 si esprime come un borgognone classico, teso, con i descrittori primari ancora in penombra. Cipresso invita ad aspettare, a lasciare che l’ossigeno smarchi il frutto giovane, ed è d’obbligo l’assaggio in differita. L’eccezionale eleganza -quella che solo il Pinot noir sa offrire- arriva puntuale come promessa mantenuta.

 Si vola idealmente in Armenia, al confine tra storie millenarie e guerra. tra Georgia e Azerbaigian, in una zona dove la vendemmia avviene sotto scorta militare, dove gli agricoltori lavorano di notte per evitare i controlli, dove la storia pesa come una montagna. Pochi mesi fa a Montalcino Roberto Cipresso ha presentato “Wine of Silence”, un progetto che trasforma il vino in un atto di solidarietà e resistenza. Un messaggio di bellezza, che vuole farsi voce di terre contese e testimonianza di resilienza.

La missione del progetto è chiara: sostenere la viticoltura in zone di conflitto, difendendo la memoria e la dignità dei “vignaioli di frontiera”. Cipresso è visibilmente commosso quando racconta l’Areni Vayots Dzor 2023. L’uva di questo antichissimo vitigno viene raccolta a oltre 1200 metri, da viti centenarie, ai confini con un paese in guerra. Il vino ha fatto dodici mesi di legno, su botti di primo e secondo passaggio, e ha raggiunto i quattordici gradi e mezzo: più del previsto, proprio perché i tempi di raccolta non sono stati scelti liberamente.

Cipresso ricorda che l’anfora (oggi scelta modaiola e svuotata del suo significato originale) nelle zone di alta montagna come la Georgia non era una scelta estetica né una filosofia, ma una necessità tecnica. Le temperature invernali sotto i venti gradi imponevano di interrare i contenitori: era l’unico modo per mantenere una fermentazione stabile, per proteggere il vino dal gelo. Usarla oggi come simbolo identitario, come dichiarazione d’autore, gli sembra una forma sottile di appropriazione — bella esteticamente, certo, ma svuotata del suo significato originale.

Un calice intenso, salato, con una nota inchiostrata che tradisce la vicinanza alle viti selvatiche ancestrali. Al primo assaggio forse sovraccarico, quasi mascherato dal legno. Ma dopo qualche minuto apre uno scenario affascinante. È il vino più difficile della serata, e forse il più necessario!

Montalcino, per Cipresso dal 1987 vuol dire casa e simbolo di una viticultura che sa coniugare identità e complessità. La sua firma su progetti di successo come Case Basse, Poggio Antico, Ciacci Piccolomini d’Aragona e La Magia. Quello attuale è ambizioso e personale: una proprietà in Val d’Orcia con quattordici vigneti diversi, tutti Sangiovese, tutti affinati separatamente e poi assemblati in un unico blend chiamato Oria — dal latino aurea, dorata. Un progetto su 10 ettari con 140 diversi cloni di sangiovese, dove chiunque ami il vino può diventare azionista e parte della storia.

Il climate change si fa sentire anche lì e Cipresso descrive come la vite, oltre i trentacinque gradi, smetta di fare fotosintesi: chiude gli stomi, riflette la luce con la superficie fogliare brillante, riduce la traspirazione. L’assaggio del Brunello di Montalcino 2019 è giovane, ma già convincente, fermentato ad acino intero in tini troncoconici di rovere di slavonia ed affinato in rovere Tronçais, la foresta più fitta, quella che garantisce la grana più fine.  Anche qui torniamo all’assaggio dopo un po’, per apprezzare una Val d’Orcia elegante che d’estate sente il mare: una sensazione, non una misura.

L’avventura Argentina di Roberto Cipresso inizia nel 1995 con il grande successo internazionale di Achaval Ferrer. Il giro di boa avviene nel 2008 con il progetto Matervini, vigne estreme di Malbec sulla pre-cordigliera Andina a Salta.  Degustiamo Pachamama 2017 (nome che in quechua significa madre terra) già nel titolo porta tutta la filosofia di Cipresso: il suolo come origine, la cultura indigena come radice. Storie di uomini che hanno piantato a 2200 mt slm vigneti a piede franco, lì dove in un antica vigna di Malbec, aveva visto qualcosa di unico: viti e castagni che crescono fianco a fianco, con le radici delle piante che non si intrecciano mai. Un Malbec del 2017, già con una consistenza masticabile ed una profondità che si gioca tra frutto, spezie e fumè- sorprendente. Un vino che risponde al suo luogo con puntualità impeccabile.

La serata alle Tenute Nicosia si è chiusa un signature dish chef Salvo Baudo risotto con guancia marinata con frappato e zibibbo e poi cotta 12 ore a bassa temperatura e coulis di pomodoro pachino. Immancabile l’angolo dolce con i cannolicchi alla ricotta, gusto territoriale a fare da cornice naturale a un viaggio che aveva attraversato mezzo mondo.

E forse troviamo risposta alla domanda iniziale  di Camillo Privitera …Si può vivere senza vino?  No, di certo! Perché, a chi è curioso di leggerlo, un vino porta con sé — la storia, il luogo, la cura, la bellezza precaria di qualcosa che non si ripeterà mai uguale — appartiene a quello strato di vita senza il quale il resto è solo sopravvivenza.

Ed ogni etichetta firmata da Cipresso lascia impressa questa poetica: la convinzione che il vino migliore sia quello in cui senti ancora la voce della terra e la mano di chi l’ha lavorata.

Culture & Terroir Magazine
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