C’è un oggetto che negli ultimi anni ha cambiato silenziosamente il nostro modo di stare al mondo, di lavorare, di mangiare e di relazionarci: lo smartphone. È sempre con noi, anche a tavola, anche nei momenti che un tempo erano dedicati alla condivisione. Molti lo considerano un intruso da rimuovere. Orografie, invece, ha scelto di fare qualcosa di profondamente diverso e, in un certo senso, rivoluzionario: non negare il cambiamento, ma progettare il mondo che quel cambiamento ha già prodotto.

È da questa intuizione che prende forma la visione di Giorgia Bartolini, CEO e founder di Orografie: imprenditrice e stylist che negli anni ha costruito un’idea capace di intrecciare design, artigianato e ricerca progettuale, mantenendo sempre uno sguardo attento ai comportamenti contemporanei. Un percorso che oggi si afferma come una delle realtà più interessanti del panorama italiano e che ha raggiunto il suo riconoscimento più alto nel 2026, quando è diventata la prima azienda siciliana del mondo del design a vincere il Compasso d’Oro, il premio più autorevole e ambito del design italiano.
Una traiettoria imprenditoriale che parte dal vivere gli spazi
La nascita del brand affonda le radici in un’esperienza imprenditoriale iniziata nel 2008 con Spazio Raffineria, dedicato all’arredo e alla progettazione su misura. Nel 2012 Bartolini inaugura Spazio Design, showroom in cui affianca marchi storici, aziende emergenti e produzioni artigianali, segnalando fin da subito un’attenzione alla ricerca e ai talenti meno conosciuti.
In questa fase matura l’intuizione del dialogo tra food e design, che prende forma con Spazio Bakery: un luogo in cui esperienza gastronomica e progetto convivono, tra consumo e possibilità di acquistare gli oggetti che definiscono lo spazio. Una visione che anticipa un linguaggio oggi sempre più diffuso.
Nel 2018 Spazio Design evolve in Giba Design & Project e poi in Giba Decor, spazio dedicato all’oggettistica, consolidando il rapporto con progettisti e maestranze e ampliando la visione del design. Nel 2021 questa evoluzione converge in Orografie, progetto che unisce ricerca, produzione artigianale e attenzione alle nuove generazioni di designer.
Il design anfibio di Orografie
Osservando il lavoro di Orografie emerge subito una domanda: cosa accade quando cambiano i rituali quotidiani? Cosa succede quando un oggetto come lo smartphone entra stabilmente nelle nostre case, nei luoghi di lavoro e perfino a tavola? Mentre molti continuano a considerarlo un elemento di disturbo, Giorgia Bartolini sceglie una prospettiva diversa.
Non inserisce schermi, prese o componenti elettroniche negli oggetti. Il cuore del progetto è un altro: il posizionamento. Dove si trova il dispositivo quando lavoriamo? Dove lo appoggiamo durante una telefonata, una riunione? E a tavola?
Questa riflessione prende forma nel concetto di “design anfibio”, introdotto da Bartolini e tra le prime a definirne una lettura progettuale. Come un organismo capace di vivere in acqua e sulla terraferma, l’oggetto di Orografie vive tra due mondi: quello analogico della materia, della funzione, della bellezza e dell’artigianalità, e quello digitale rappresentato dal dispositivo e dai comportamenti che esso genera.
Giorgia Bartolini, “Emersivi” e la tavola come campo di rivoluzione
Se Orografie è oggi una realtà riconosciuta nel panorama nazionale del design, lo si deve alla visione di Giorgia. Creativa, imprenditrice e stylist, ha costruito il proprio percorso a partire da un approccio diretto alla materia e ai processi: l’ingresso nei laboratori, il confronto con le maestranze, la conoscenza dei materiali prima ancora della forma.
Fondamentale è anche il legame con il territorio siciliano, dove materiali e competenze locali diventano parte integrante del linguaggio progettuale, contribuendo a definire un metodo riconoscibile più che una semplice produzione. Un approccio che nel 2024 porta Orografie alla Menzione d’Onore al Compasso d’Oro ADI, nella categoria Ricerca per l’Impresa.

Nel 2026 arriva una tappa decisiva. Il Compasso d’Oro viene assegnato a Orografie e a Giulio Iacchetti per “Trespolo”, riconoscendo non solo il valore del progetto, ma la solidità di un percorso industriale e culturale costruito nel tempo. Si tratta di un momento storico, che sancisce una visione fondata su ricerca, artigianato e cultura del progetto come sistema integrato, capace di evolvere senza perdere coerenza.
Accanto alla dimensione produttiva, emerge con forza quella culturale. Per Bartolini il design non è soltanto costruzione di oggetti, ma costruzione di futuro. In questa direzione si colloca la nascita, nel 2020, di “Emersivi”, progetto sviluppato con Vincenzo Castellana, architetto e designer siciliano, già attivo nel campo della direzione artistica e della ricerca sul design contemporaneo: un laboratorio di co-progettazione under 35. In un sistema del progetto spesso centrato sulle firme consolidate, Orografie sceglie un’altra traiettoria: attivare processi, mettere in circolo competenze, trasformare le intuizioni in materia progettuale ma a incidere realmente sul linguaggio del progetto.
In questo contesto i giovani designer dimostrano una particolare capacità di leggere il presente con maggiore immediatezza e libertà, anche nei temi legati alla convivialità e al food design.

Il tema della tavola emerge in modo diretto con “Maleducato / Maleducata”, progetto di Giulio Codella (Emersivi 2023 Selected). Qui lo smartphone entra esplicitamente nella mise en place attraverso un unico oggetto che integra due funzioni: uno spazio dedicato alle posate e una superficie inclinata riservata al telefono, progettata in modo che i due elementi convivano senza mai entrare in contatto. Il risultato è una nuova grammatica del convivio, in cui il dispositivo non viene escluso ma collocato con precisione a tavola.

Simbolo di una rivoluzione che parla di consistenze, ritmo e nuove gestualità è “Pocopiano” firmato dal designer Paolo Stefano Gentile (Emersivi 2022 Selected), presentato in anteprima alla Milano Design Week 2023 in un evento esclusivo insieme allo chef stellato Enrico Bartolini.
Tutto nasce da un gesto profondamente italiano, quasi istintivo: la scarpetta. Quel momento in cui il pane incontra il fondo del piatto e raccoglie ciò che resta. Paolo parte da questo gesto quotidiano e lo trasforma in progetto, interrogandosi su cosa accadrebbe se elementi normalmente separati come olio, salse, pane potessero convivere nello stesso spazio senza perdere identità.

Pocopiano prende forma come risposta a questa domanda: non è né un piatto fondo né un piatto piano, ma una superficie in equilibrio tra due condizioni. La ceramica si modella attraverso un’inclinazione interna che genera due aree distinte ma in relazione: una dedicata ai liquidi, l’altra ai solidi. Due territori che restano separati, ma abitano lo stesso gesto. Il piatto è disponibile in due dimensioni, 15 e 27 centimetri, pensate per adattarsi a momenti diversi della tavola: dalla degustazione d’olio e le entrée fino alle portate principali.
Il senso del progetto non sta nell’oggetto in sé, ma nel comportamento che attiva. È chi lo utilizza a decidere quando far incontrare queste due dimensioni, quanto avvicinarle, quanto mantenerle distinte.
Oggetti che riscrivono il convivio

In questa direzione si inserisce “Azz”, progettato da Vincenzo Castellana, art director di Orografie. Pensato per l’ufficio e per le videochiamate rapide, è un oggetto essenziale e versatile che racchiude più funzioni in un unico gesto: da un lato è un sottobicchiere, dall’altro un supporto per smartphone, ma trova naturalmente spazio anche sulla tavola, adattandosi a contesti e utilizzi diversi con semplicità ed eleganza.

“Pane e Vino”, firmato da Francesca Lanzavecchia, si presenta come un unico elemento scultoreo in ceramica che, una volta scomposto, rivela una brocca, piattini e una ciotola pensati per l’aperitivo e la condivisione. Un oggetto che non cambia solo forma, ma modalità d’uso, trasformando la tavola in un sistema modulare di gesti e funzioni.
“Gia-no”, ideato da Antonio Iraci, si ispira alla figura mitologica di Giano bifronte e traduce questa doppia natura in un oggetto in pietra lavica che guarda simultaneamente a due possibilità d’uso: da un lato piatto, dall’altro vassoio. Integra inoltre un sistema dedicato all’appoggio delle bacchette, pensato per la cucina asiatica, e supera la tradizionale distinzione tra contenitore e superficie di servizio. Come nella figura mitologica, convivono due identità che non si escludono ma si completano.
“Tri-plex” di Andrea Branciforti è un centrotavola in ceramica smaltata che può essere utilizzato in più configurazioni: come elemento per la tavola, come vaso per i fiori o come contenitore per la frutta. Anche qui la funzione non è unica ma si moltiplica, mantenendo una forte attenzione alla relazione tra oggetto e uso quotidiano. Immancabile la presenza di uno spazio per contenere il dispositivo.

“Centrino” è invece un’opera di Elena Salmistraro che reinterpreta il tradizionale centrotavola trasformandolo in un sistema per l’aperitivo che include una zona dedicata al dispositivo. È un vassoio funzionale composto da più elementi contenitori e supporti per lo smartphone, integrati a una dimensione decorativa che mantiene il ruolo centrale dell’oggetto nella mise en place.
In tutti questi progetti, il convivio non viene semplicemente rappresentato, ma ripensato come spazio attivo, dove il gesto, la funzione e la presenza del dispositivo ridefiniscono la relazione tra persone, cibo e oggetti.
A tal proposito, abbiamo chiesto a Giorgia Bartolini di approfondire il rapporto tra design e food e il modo in cui questa relazione attraversa oggi la progettazione degli spazi e degli elementi.
Design e food: possono essere considerati due mondi complementari?
«Assolutamente sì, e non potrebbe essere diversamente. Quando entriamo in un ristorante la prima cosa che percepiamo è la sua identità estetica. Prima ancora di assaggiare un piatto osserviamo uno spazio. Noi nasciamo dalla progettazione e quando sviluppiamo un ristorante partiamo sempre da una domanda: cosa vuoi che diventi questo luogo? Dal pensiero e dalla visione del proprietario prende forma tutto il progetto. Il design completa il food e il food completa il design. Lo chef adatta il piatto alla portata e la portata si adatta al piatto. Sono due linguaggi che dialogano continuamente».
Le consistenze sono fondamentali in cucina come nel design. Quanto cambia la percezione di un piatto in base all’oggetto che lo accoglie?
«Cambia completamente. Anche il piatto possiede una propria consistenza, una propria matericità. Può essere liscio o ruvido, in ceramica, pietra, marmo, legno o altri materiali. Tutto questo modifica la percezione di ciò che mangiamo. Lo chef realizza una portata con tecnica, ricerca e sensibilità, ma quel lavoro viene valorizzato dall’oggetto che la ospita. Per questo oggi molti professionisti cercano soluzioni che non siano semplicemente contenitori, ma strumenti capaci di raccontare qualcosa. Pocopiano nasce proprio da questa esigenza: non essere né fondo né piano, ma offrire una nuova esperienza, una nuova relazione tra consistenze, liquidi e solidi».
























