C’è un luogo, sul versante orientale dell’Etna, dove il vento non smette mai di raccontare qualcosa e proprio lì, da oggi, l’energia dell’Etna incontra l’arte e si fa progetto celebrando la forza della materia e la bellezza del paesaggio.
Non è una metafora: è la memoria stessa di un luogo che ha dato il nome a un’azienda, Ballasanti, nata da un antico detto siciliano legato a una vecchia panchina di pietra tra i filari, dove — si tramanda in famiglia — quando soffia forte il grecale “ballano anche i santi”.
Da quella suggestione contadina è germogliato un progetto che oggi va ben oltre il vino. Ballasanti, guidata dall’energia coinvolgente di Manuela Seminara, supportata nel progetto dal marito Fabio Gualandris— e rientrata in Sicilia dopo una lunga parentesi internazionale nel mondo dell’alta tecnologia — ha scelto fin dall’inizio una strada diversa da quella dell’industria vitivinicola tradizionale: sette ettari e mezzo di vigneto, circa trentamila bottiglie, una crescita misurata e una narrazione che intreccia il femminile, la terra e la trasmissione generazionale. Carricante e Nerello Mascalese dell’azienda non sono soltanto espressioni di territorio, ma veri e propri ritratti: da quello dedicato alla giovane Gaia, luminoso e diretto, a quello ispirato alla memoria della donna del vento, più stratificato e maturo, passando per una selezione di carricante che lascia il segno.

Il Parco artistico Ballasanti
È proprio dalla figlia Gaia Gualandris, laureata in economia per la gestione dei beni culturali e grande appassionata d’arte, che è partita l’intuizione capace di ridisegnare l’identità di Ballasanti: fare della tenuta non solo un luogo di produzione, ma un laboratorio permanente di dialogo tra viticoltura e arte contemporanea. Un’idea che ha preso forma concreta con la consulenza di Francesca Alfano Miglietti (FAM) nota critica d’arte, nell’inaugurazione del Parco Artistico della tenuta, e con il primo “Simposio Ballasanti” – al quale abbiamo avuto il piacere di partecipare – alla presenza di alcuni protagonisti della scena creativa italiana, tra i quali lo stilista e artista Antonio Marras, da sempre abituato a muoversi tra moda, installazioni, disegno e narrazione del territorio.
Tra i filari esposti a est, dove il vento del mare incrocia la pietra lavica, hanno cominciato a prendere vita opere e interventi concepiti apposta per dialogare con il paesaggio vulcanico: un percorso di land art a cielo aperto pensato non come collezione statica, ma come organismo in crescita, non solo perché capace di accogliere nuove presenze artistiche negli anni a venire.

Ed infatti le opere di Cesare Fullone, Alessandro Lupi, Laura Pugno, Claudia Losi e Antonio Marras costituiscono un invito ad entrare nel paesaggio etneo del bosco Ballasanti, opere artistiche quasi mimetiche, capaci di approfondire l’analisi dei confini sempre più labili tra umano e non umano, stimolando la contemplazione del territorio come estensione del conoscibile o come suo limite fisico.

Proprio Marras, ci ha raccontato come l’idea che anche l’artista sardo ha accolto con entusiasmo è proprio quella di “fare di questo luogo non la celebrazione di un museo a cielo aperto ma un posto che cambia, grazie al mutamento stesso della natura che lo ospita, dove gli elementi inseriti in questo contesto muteranno, per gli agenti atmosferici, l’azione del verde e degli animali stessi”. E riusciamo ad immaginare ciò che potrà accadere per la sua “Abbrazzami”, opera anch’essa nata e realizzata qui, dove braccia sinuose di ceramica abbracciano l’accogliente quercia centenaria che le ospita ed inevitabilmente le accorperà mutandole.
Il primo Simposio Ballasanti tra vino ed arte
L’apertura del parco ha coinciso con un altro passaggio significativo per la tenuta: il primo “Simposio Ballasanti tra vino ed arte”, andato in scena il 18 luglio scorso a Giarre con un titolo che coglie nel segno: Quando la pietra si fa racconto. Un momento di incontro e confronto che ha riunito artisti, critici e giornalisti attorno a un bicchiere, in un formato volutamente informale e conviviale, più vicino alla tavola rotonda che al convegno tradizionale. L’obiettivo dichiarato dalla proprietà è quello di farne il primo di una serie di appuntamenti culturali che, nelle intenzioni della famiglia, si allargheranno in futuro anche a letteratura, medicina e tecnologia — sempre con il vino come filo conduttore e pretesto di relazione.

Una lettura contemporanea del vulcano: un’Etna che non è solo colata e durezza, ma anche leggerezza, accoglienza, capacità di generare bellezza dal confronto tra materia vulcanica e gesto creativo. Non a caso, ad aprire la serata è stato proprio il racconto di Mara, la bisnonna della vecchia panchina, quella che diceva “vado o’ balla santi”: la stessa memoria che dà il nome all’azienda è diventata la chiave di lettura dell’intero percorso degustativo.
Quando la cucina si fa specchio del calice
La cifra della serata è stata dichiaratamente ribaltata rispetto alla consuetudine: non i calici a inseguire i piatti, ma la cucina dello chef Alfio Visalli a costruirsi attorno alle anime liquide della tenuta, in un percorso pensato come una vera e propria drammaturgia del gusto, dal Carricante più giovane, ad una selezione che lascia il segno, fino al rosso più stratificato. In un percorso gastronomico dove l’enologo Luca Caramellino, non a casodefinito da molti “poeta del vino” ha inserito i suoi vini, ispirati prima di tutto da quel “petardo in Chiesa” che per Caramellino è Manuela Seminara.

Si parte dalla freschezza verticale del carricante dell’Etna Bianco DOC “Gaia”, introdotto da un assaggio di mignon salate e accompagnati poi da una coda di gambero scottata su una spuma di patate Désirée, arricchita da tartufo scorzone nero dell’Etna e da un crumble al rosmarino: un contrasto dolce-marino pensato apposta per far emergere la mineralità vibrante del Carricante dedicato a Gaia.
Il cuore della serata è il Carricante in purezza, selezione “Donna Manuela”, complesso nella sua declinazione stratificata, pensato per sfidare il tempo, abbinato a un risotto — il “Risotto Sicano” — che gioca sulla dolcezza dei fichi bianchi freschi e sulla cipolla di Giarratana, bilanciate dalla sapidità decisa della bottarga di tonno rosso lavorata dal Mastro Salatore: un contrasto studiato per ammorbidire la componente tannica e lasciare che il vino, il più identitario della tenuta, si esprima in tutta la sua struttura.
Si chiude in bellezza con il Nerello Mascalese “Donna Mara”, dedicato proprio alla memoria della bisnonna: qui la tavola si fa più intensa, tra una ventresca di tonno ai gelsi neri, polpettine di manzo con cipolla caramellata e capperi e “Sua Maestà la Caponata”, rivisitata con miele e cioccolato Modicano per prolungare la persistenza retro-olfattiva del vino. A rinfrescare i sensi e a chiudere il percorso, una granita di gelsi o limone, congedo leggero dopo un viaggio raccontato — non a caso — come un vero e proprio poema sinfonico dell’Etna.

Un progetto che guarda oltre i confini dell’isola
Mentre il Parco Artistico prende forma tra i vigneti, i vini Ballasanti continuano il loro percorso nei mercati internazionali, trovando spazio in mercati come Stati Uniti, Brasile, Belgio, Olanda e Svezia. Ma il cuore del progetto resta lì, tra le pietre laviche e il vento che ha dato il nome all’azienda: un luogo che da spazio familiare si è trasformato in presidio culturale, capace di tenere insieme radici e sguardo internazionale.

Con l’inaugurazione del Parco Artistico e il debutto del Simposio, Ballasanti aggiunge un tassello che rafforza la sua identità più autentica: quella di un’azienda che produce vino, sì, ma che lo fa come pretesto per costruire relazioni, memoria condivisa e un’idea di Sicilia meno stereotipata, e più partecipe che spettatrice del mondo.
























