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Il rosato dell’Etna conquista Vinitaly: ad Al-Cantàra il titolo di Best Rosé Wine 2026

Con “Amuri di Fimmina e Amuri di Matri”, Al-Cantàra conquista il titolo di miglior rosato d’Italia al 5StarWines – the Book di Vinitaly 2026 e conferma una visione in cui il vino non è soltanto espressione del territorio, ma forma compiuta di cultura, sensibilità e racconto

Ci sono territori che producono vino, e poi ci sono territori che nel vino riescono a depositare una lingua. L’Etna appartiene a questa seconda specie rara: non offre soltanto frutto, struttura o mineralità, ma imprime ai suoi vini una tensione narrativa, quasi una qualità di voce, che li rende riconoscibili ben oltre la tecnica. È dentro questa grammatica del vulcano che si colloca la nuova affermazione di Al-Cantàra winery, premiata al 5StarWines – the Book di Vinitaly 2026 con il titolo di Best Rosé Wine per “Amuri di Fimmina e Amuri di Matri” Etna Doc Rosato 2024, valutato 93 punti.

Il dato, da solo, sarebbe già eloquente. Ma acquista un peso ulteriore se si considera il contesto in cui matura: il riconoscimento arriva infatti all’interno di una selezione costruita su degustazioni alla cieca e affidata a una giuria internazionale composta da figure di altissima qualificazione, tra cui Masters of Wine, Master Sommeliers, diplomati WSET, VIA experts e ambassadors, enologi e giornalisti. Solo i vini capaci di raggiungere almeno 90 punti accedono alla guida ufficiale, e nell’edizione 2026 sono stati 636 su quasi 2.000 campioni partecipanti.

Eppure, ridurre questa vittoria a un puro fatto di classifica sarebbe limitante. Perché Al-Cantàra, fin dalla sua origine, non ha mai pensato il vino come un oggetto isolato, ma come un crocevia: tra paesaggio e immaginazione, tra gesto agricolo e visione estetica, tra materia e parola. I materiali storici della cantina raccontano con chiarezza questa matrice, in cui poesia, arte e identità etnea non fanno da cornice al vino, ma ne costituiscono una parte essenziale.

In questo senso, “Amuri di Fimmina e Amuri di Matri” non è solo un rosato premiato: è un vino che porta nel nome una memoria culturale e nella sua affermazione odierna una continuità simbolica. Lo sottolinea Pucci Giuffrida, fondatore e anima del progetto: «Questo riconoscimento ha per noi un valore speciale. Già nel 2023 il nostro “Amuri di Fimmina e Amuri di Matri” era stato premiato come miglior rosato d’Italia, e tornare oggi a vedere questo vino protagonista al 5StarWines – the Book conferma la solidità di un percorso costruito nel tempo, con coerenza, visione e fedeltà assoluta all’identità dell’Etna».

Nelle parole di Giuffrida, però, il premio assume anche il volto concreto del lavoro condiviso. «Mi sono reso conto che da dieci anni Al-Cantàra è la cantina dell’Etna che ottiene più premi a Vinitaly, e anche quest’anno, anche il bianco da carricante “Luci e Luci” 2022 con 94 pt. e il rosso da nerello mascalese “O’ Scuru O’ Scuru” con 90 pt., risultano premiati tra i vini eccellenti nella Guida di Vinitaly.

Voglio ringraziare tutta la squadra di Al-Cantàra, dal CEO Gianluca Calì al responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa Paolo Li Rosi, passando per l’eccellente enologo Salvo Rizzuto, e l’aiuto Giovanni Salvo, il cantiniere Guidotto e il fantastico fattore Giuseppe Puglisi. Un ringraziamento particolare alla signora Maria Rita Spatafora e a tutte le donne e gli uomini che si prendono cura, con passione e dedizione, della vigna. È grazie al loro lavoro quotidiano, alla cura di ogni dettaglio e a una visione condivisa che l’azienda riesce a raggiungere traguardi prestigiosi come questo, distinguendosi per la ricerca costante dell’ecosostenibilità e per lo stretto legame con l’arte».

Se Giuffrida offre la cornice ideale e culturale del riconoscimento, Salvo Rizzuto ne restituisce invece la verità agronomica ed enologica, ricordando come il valore di un vino si misuri sempre, in fondo, nella capacità di trasformare un’annata in espressione. «L’annata 2024 del Nerello Mascalese ha dimostrato come l’Etna, anche in stagioni calde e siccitose, sia capace di esprimere un prodotto resiliente, in grado di sfruttare al meglio le escursioni termiche. In questo rosato ritroviamo una spiccata mineralità, un frutto segnato da una buona maturazione e una lunghezza gustativa che restituisce energia, precisione e riconoscibilità territoriale».

È una dichiarazione che va oltre il commento tecnico. Dice, in sostanza, che la grandezza di un terroir non consiste nell’essere immune alla difficoltà, ma nel saperla convertire in forma. E forse è proprio qui che il rosato di Al-Cantàra trova la sua ragione più profonda: nell’essere figlio di un equilibrio mai scontato, di una montagna che costringe alla misura e insieme premia la sensibilità di chi sa ascoltarla.

C’è poi un altro elemento che rende questa vittoria tutt’altro che occasionale. Da anni Al-Cantàra insiste su una linea riconoscibile, capace di tenere insieme rigore produttivo, impronta territoriale e tensione culturale. In un panorama che spesso separa la qualità tecnica dalla costruzione simbolica del vino, la cantina etnea continua invece a praticare la loro convergenza. E così il premio ottenuto da “Amuri di Fimmina e Amuri di Matri” non appare come un episodio felice, ma come il punto naturale di un discorso coerente.

Alla fine, ciò che colpisce in questo successo non è soltanto il fatto che un rosato dell’Etna sia stato riconosciuto come il migliore d’Italia. Colpisce il modo in cui questo risultato riesce a tenere insieme precisione e immaginazione, resistenza climatica e leggerezza espressiva, vino e cultura. “Amuri di Fimmina e Amuri di Matri” ci riesce perché non cerca di semplificare l’Etna, ma di restituirlo, e il vulcano, quando trova interpreti capaci, sa parlare anche in rosa.

Culture & Terroir Magazine
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