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Il design racconta la terra con la “Guida Sintetica ai Sapori Siciliani”

Il design incontra i sapori, il km 0 e i colori della Sicilia in un progetto di Elisabetta Trischitta che parla direttamente al gusto e alla vista

Ci sono progetti che nascono da un’idea, e altri che nascono da un sentimento profondo come quello di Elisabetta Trischitta realizzato durante il suo percorso di studi presso ABADIR – Accademia di Design e Comunicazione Visiva, “Guida Sintetica ai Sapori Siciliani – dare valore alle tipicità e ai colori del territorio“. Non si tratta solo di uno studio grafico e fotografico: è un’indagine originale su come i sapori della Sicilia possano dialogare con il design, diventando linguaggio visivo e narrativa sensoriale. In un tema di cui si parla ancora poco, Trischitta mette in luce come i colori, le forme e le imperfezioni dei prodotti locali non siano semplici dettagli estetici, ma strumenti attraverso cui comunicare identità, autenticità e tradizione.

Il lavoro si muove lungo un percorso preciso: dal Made in Italy al marchio collettivo, strumenti indispensabili per proteggere e rendere riconoscibili le eccellenze italiane, fino ad arrivare al cuore dell’isola e ai suoi frutti. In Sicilia, ogni prodotto porta impressa l’impronta del luogo in cui nasce: il sole intenso, la composizione del terreno, il vento, l’umidità. Nulla è casuale. Ogni elemento naturale contribuisce a definire caratteristiche uniche e irripetibili.

In questo scenario si inserisce anche l’esperienza di Slow Food, con la sua presenza attiva in Sicilia, come testimonianza di una crescente attenzione verso un’alimentazione consapevole, rispettosa dell’ambiente e delle tradizioni. È qui che prende forza il concetto di km 0, non soltanto come riduzione delle distanze tra produzione e consumo, ma come scelta etica, culturale e identitaria.

Trischitta racconta come i prodotti agricoli a filiera corta siano vivi, mutevoli, mai perfettamente uguali. A differenza di quelli esposti sugli scaffali dei supermercati, standardizzati e uniformi, i prodotti a chilometro zero mostrano differenze evidenti: una forma irregolare, una tonalità leggermente diversa. Sono dettagli che parlano di autenticità. Quelle che potrebbero sembrare imperfezioni diventano invece prove tangibili dell’assenza di trattamenti chimici e di manipolazioni industriali. È nella diversità che si riconosce la verità della terra.

L’autrice spiega come, in Sicilia, la cultura popolare abbia sviluppato un sistema spontaneo di soprannomi per distinguere e riconoscere i prodotti tipici. Non semplici etichette, ma segni di appartenenza. “A Ricciolina” identifica la lattuga Lollo dalle foglie arricciate, “U Prunu” indica la susina bianca, “U Nzalataru” richiama il pomodoro San Marzano, mentre “A Faviana” è il nome attribuito alla fava verde, ingrediente principale del “maccu”. In queste parole dialettali vive una memoria collettiva, un modo di tramandare conoscenza e differenziare le varietà locali tra produttori e consumatori.

Il nome diventa identità, racconto, radice.

A questo aspetto si collega la dimensione viva dei mercatini, luoghi in cui il colore e le forme dei prodotti diventano veri protagonisti. In mostra caratteristiche visive che i mercatini sono in grado trasformare in qualcosa di multisensoriale.

“Negli ultimi anni la sensibilità verso queste tematiche è cresciuta in modo evidente – dichiara Elisabetta Trischitta – sempre più fiere prendono forma negli spazi aperti delle città, trasformando le piazze in luoghi di incontro”.

È proprio nel capitolo “Il gusto dei colori” che il progetto acquista una profondità ancora più intensa. Elisabetta chiarisce che l’espressione “mangiare con gli occhi” non appartiene soltanto al linguaggio comune, ma descrive un processo reale: “nella nostra mente esiste un dialogo costante tra le aree deputate all’elaborazione delle immagini e quelle che regolano la fame e la gratificazione”. La percezione visiva attiva circuiti neurologici collegati al desiderio e all’anticipazione del piacere, rendendo l’esperienza alimentare un fenomeno multisensoriale che comincia ben prima dell’assaggio.

La vista è il primo senso a entrare in azione quando ci troviamo davanti a un alimento. In pochi istanti il colore fornisce informazioni decisive: attraverso le sfumature valutiamo freschezza, maturazione, qualità.

Ma non è solo una questione di riconoscimento. Trischitta approfondisce anche il modo in cui l’aspetto estetico del cibo influenzi la percezione del sapore. Numerose ricerche dimostrano che un piatto curato nella presentazione può aumentare la salivazione e predisporre positivamente il cervello all’esperienza gustativa. Il colore, in questo senso, funziona come un “anticipatore del gusto“: prepara la mente a ciò che sta per accadere, orientando aspettative e sensazioni.

Le tonalità più diffuse in natura – rosso, giallo e viola – risultano particolarmente efficaci nello stimolare l’appetito perché associate, a livello inconscio, a frutti maturi, calore, energia solare. Il rosso richiama intensità e dolcezza, il giallo evoca vitalità e freschezza, il viola trasmette calore e pienezza.

Non è casuale che molti alimenti iconici del territorio siciliano – dagli agrumi ai pomodori – appartengano proprio a questa gamma cromatica, trasformando il paesaggio agricolo in una vera tavolozza sensoriale.

Persino il contrasto cromatico tra cibo e piatto incide sull’esperienza complessiva, dimostrando quanto il design e la comunicazione visiva siano parte integrante dell’atto alimentare. Ecco che il gusto, prima ancora di essere assaporato, si accende alla vista. Ed è proprio in quell’istante, tra visione e desiderio, che il design diventa esperienza.

Culture & Terroir Magazine
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